Second Release
Second ReleaseDa qualche parte bisogna pur cominciare…” …e cosi è stato.. La pau
sa estiva ha determinato un certo rallentamento nello sviluppo delle idee, abbiamo preferito crogiolarci sotto il sole del Mediterraneo che metterci alla tastiera. Abbiamo però scattato tante fotografie che pubblicheremo presto.
La seconda edizione è dedicata a Carlo Rubbia. L’attività di ricerca di Rubbia ha coperto diversi campi della fisica, quali lo studio dei neutrini cosmici, l’analisi della stabilità del protone, il progetto di una fusione nucleare controllata e il progetto di un reattore nucleare basato sull’utilizzo di torio come materiale radioattivo. Ha ricevuto il premio Nobel per la Fisica nel 1984. Dal 1999 è Direttore dell’ENEA….
Un altro italiano entrato nella Storia….
YouTube si è venduta agli utenti
YouTube si è venduta agli utenti
dal sito www.puntoinformatico.it
di Gaia Bottà
Roma – YouTube concederà agli utenti di collezionare visite e visibilità, click e celebrità: in cambio di un corrispettivo in denaro, proietterà il video in cima alla pagina delle ricerche effettuate dagli utenti.
YouTube si definisce la più grande piattaforma della rete per scoprire video, il campo dedicato alla ricerca di YouTube accoglie un volume di parole chiave che è paragonabile a quello che scorre fra tutti i servizi offerti da Yahoo. Ma nonostante YouTube vanti una platea vastissima, ancora non è in grado di sorreggersi su un modello di business solido e fruttuoso.
Ma nelle ultime settimane YouTube ha sfoderato numerose proposte per tentare di raggranellare introiti: ha iniziato ad ospitare film e telefilm bannerizzati, ha invitato i produttori di contenuti tradizionali a mettere a disposizione clip da condire con comunicati pubblicitari e link agli store a favore dei netizen che non volessero accontentarsi dell’assaggio. YouTube ha strizzato l’occhio all’industria tradizionale, stimolandola a ragionare su un nuovi modelli per mettere a frutto e promuovere i propri contenuti. Nel contempo non ha rinunciato a sottolineare come gli stessi utenti e le dinamiche del riuso e del remix che alimentano le piattaforme di sharing possano rappresentare un’opportunità da sfruttare: YouTube si è offerta di individuare le violazioni e di affiancarle a comunicati pubblicitari con cui l’industria potrebbe monetizzare il fair use.
L’anima social e emergente non viene così ottenebrata dai contenuti professionali, YouTube continua a intrattenere le masse con i contenuti prodotti dagli utenti: il servizio di sharing non rinuncia a incoraggiare la circolazione di clip di ogni tipo, apprezza gli intrecci di qualità ma abbraccia altresì i video di chiara impronta amatoriale. A dimostrarlo, la goliardia con cui il servizio di sharing collabora con The Onion a un video intriso di ironia, che ruota attorno ad una burlesca iniziativa per premiare colui che riuscisse finalmente a confezionare una clip degna di essere definita tale. A dimostrarlo, il fatto che all’inaugurazione del servizio YouTube Live, figureranno in diretta streaming celebrità degli schermi tradizionali e celebrità del flash player.
Ma l’entusiasmo dell’industria dei contenuti non potrebbe rivelarsi sufficiente per la piattaforma di sharing. Ora YouTube, come aveva anticipato il mese scorso, mette all’asta a favore degli utenti statunitensi le parole chiave e il posizionamento delle clip fra i risultati di ricerca: esattamente come avviene per il sistema di link sponsorizzati che figura fra le pagine dei risultati di Google, anche YouTube vende la visibilità al miglior offerente. “Abbiamo milioni di visitatori che guardano centinaia di milioni di video ogni giorno e 13 ore di nuovi video caricate ogni minuto – spiegano da YouTube – ma di pari passo con la crescita della nostra community è diventato più difficile per le persone far risaltare i propri contenuti e fare in modo che vengano scoperti”. È così che YouTube ha accontentato “aspiranti musicisti, performer di talento, gestori di piccole imprese, e molti altri, che chiedevano strumenti per promuovere i loro video e raggiungere gli utenti che fossero interessati ai loro contenuti”.
L’autore dei video seleziona le chiavi di ricerca a cui desidera abbinare la clip, si dichiara disposto a pagare tanto a clic, può promuovere le proprie doti artistiche per sperare di attirare l’attenzione del pubblico o di un mecenate, può cimentarsi con il fruttuoso linguaggio video per promuovere il proprio prodotto sfidando la diffidenza dei netizen. Gli strumenti per accalappiare l’utente non mancano: i commenti interattivi possono diventare link che guidano il netizen verso una pagina web dedicata all’acquisto. Se YouTube alletta i netizen con la rilevanza, i primi risultati non sono troppo incoraggianti: le parole chiave più ricercate sono le parole chiave più ambite per conquistarsi lo sguardo degli utenti, qualunque sia l’oggetto dei video.
Gli analisti si chiedono per quale motivo Google abbia atteso tanto per travasare il modello basato sull’advertising contestuale dentro a YouTube: da Mountain View non parlano di crisi, non fanno accenno a tradimenti dello spirito emergente della piattaforma di sharing. Semplicemente, YouTube ha avuto bisogno di impegno e di tempo per sviluppare un prodotto basato sul search che si adattasse agli utenti di YouTube.
Gaia Bottà
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Le aziende guardano con interesse al cloud computing come soluzione per ridurre i costi IT
Le aziende guardano con interesse al cloud computing come soluzione per ridurre i costi IT
dal sito http://www.tech.duke.it
Il cloud computing (vedere primo link sotto) sta letteralmente modificando gli assetti del mercato IT, creando nuove opportunità per le aziende e catalizzando maggiore attenzione verso le strategie volte al cambiamento.
Per i prossimi cinque anni, gli analisti IDC prevedono che gli investimenti in servizi di tipo cloud-based triplicherà rispetto quella attuale, raggiungendo quota 42 miliardi di dollari nel 2012 e rappresentando da sola il 9% dell’intero fatturato IT originato dai cinque segmenti di mercato più importanti (fra i quali i settori della virtualizzazione e server).
Ciò che i ricercatori ritengono in ogni modo più sorprendente è che il cloud computing rappresenterà il 25% degli investimenti IT nel 2012 e quasi il 34% nel 2013.
Un recente sondaggio promosso da IDC dimostra palesemente che i servizi cloud-based stanno entrando in un periodo di forte diffusione, un trend che gli esperti si aspettano sarà amplificato e non frenato dall’attuale crisi finanziaria.
Il modello cloud offre, infatti, un modo più semplice ed economico per le aziende di acquisire ed utilizzare le risorse IT, un aspetto che viene ancor più magnificato nei periodi di congiuntura come quelli che l’economia mondiale sta attraversando.
Il vantaggio legato all’enorme potenziale di risparmio di questi servizi è particolarmente apprezzato e riconosciuto dalle piccole e medie imprese, il settore che gli analisti ritengono beneficerà maggiormente nei prossimi anni dalla rivoluzione del cloud computing.
Dal sondaggio IDC emerge che proprio le PMI intravedono enormi opportunità negli ambienti cloud in quanto permettono di tagliare la spesa ed i costi IT, ridurre l’ingombro nei data center, semplificare ed accelerare l’accesso ai sistemi informativi.
Fra gli altri benefici citati, è spesso menzionata la possibilità di offrire alla clientela una tipologia di servizi più vasta e variegata e la maggiore capacità di migliorarne l’integrazione.
In questi anni il graduale spostamento verso le tecnologie per il cloud computing è stato aiutato da tre forze distinte, ovvero dalla ricerca della crescita e del miglioramento delle applicazioni, dall’inefficacia dei tradizionali approcci di business in un mercato sempre più globale e strettamente correlato con le nuove tecnologie, dalla pressione competitiva proveniente dai nuovi player delle aree emergenti che cominciavano a proporre prodotti e servizi a costi sensibilmente più bassi.
Il modello cloud computing mette invece i sistemi informativi sullo stesso piano, consentendo agli IT Manager di far usufruire a tutti i benefici della tecnologia senza necessariamente dover spostare all’esterno le principali applicazioni core business.
http://it.wikipedia.org/wiki/Cloud_computing
http://www.idc.com/getdoc.jsp?containerId=prUS21480708
Outlet elettronico, l’e-commerce contro la crisi
Ci si dà appuntamento la mattina presto, quando i cancelli sono ancora chiusi, si attende pazientemente l’orario di apertura e poi via, tutti dentro a fare shopping. Chi prima arriva, prima compra. Un po’ come da Wal-Mart nel Black Friday, con la differenza che qui è molto difficile che ci scappi il morto. Già, perché tutto questo avviene nel mondo virtuale di Internet, dove l’ultima frontiera per ripararsi dalla recessione è l’outlet online. Ci si iscrive, si aspetta la email che ti convoca per il tale giorno alla tale ora, si entra, si acquista. A prezzi da discount.
Nomi ancora sconosciuti al grande pubblico come “Born4shop”, “Saldiprivati”, “Vente-privee” rappresentano l’avanguardia più aggressiva dell’e-commerce di casa nostra, promettono di essere l’antidoto alla crisi dei consumi. E infatti in Italia le vendite su Internet non conoscono flessione. Alla fine dell’anno segneranno un aumento del 20% rispetto al 2007 mentre in America, per fare un esempio, il colpo del “global turmoil” si farà sentire eccome: tra novembre e dicembre la crescità sarà tra lo zero e l’uno per cento, ma deve proprio andare bene.
La spiegazione naturalmente c’è, e non è di quelle più confortanti. Il primo acquisto elettronico in Italia fu un libro di Camilleri ordinato dieci anni fa dalla California, La concessione del telefono. Nonostante il titolo bene augurante (Internet viaggia sulle linee telefoniche) da allora i progressi non sono stati brillanti. E così se negli Stati Uniti sono disperati perché gli acquisti online resteranno fermi a quota 29 miliardi di dollari nel solo periodo di Natale, da noi si stappa lo champagne perché il fatturato dell’intero 2008 raggiungerà i 6 milioni di euro.
Il confronto tra l’Italia e gli Usa è ingeneroso? Guardiamo allora all’Europa: l’e-commerce francese vale tre volte il nostro, quello tedesco sei, quello inglese addirittura dieci. Insomma, siamo dei nani. Tra gli ultimi nel Vecchio Continente, come spesso avviene. Questo perché dove i consumatori non fanno differenza tra l’acquisto al supermarket e quello in Rete la crisi colpisce tutti, negozi fisici e negozi virtuali. In Italia, dove le vendite online sono appena l’1% del totale, l’impatto è molto relativo.
Ciò che sta accadendo proprio in questi giorni è tuttavia interessante. Mentre il commercio tradizionale prevede un calo dell’1,5% degli affari natalizi in quello su Internet avviene il contrario. Su lastminute.com gli italiani continuano a prenotare viaggi, come facevano negli anni precedenti, se non di più. Magari acquistando pacchetti più piccoli, da 4-5 giorni. E ibs.it venderà un terzo dei libri in più rispetto al 2007. Ancora: monclick.it (elettronica) aumenterà il proprio giro d’affari del 100%, e chi non vorrà rinunciare al bijou andrà su gioie.it dove per ogni prezioso acquistato te ne regalano un altro. E così via.
Roberto Liscia, presidente del consorzio Netcomm che raggruppa alcune tra le maggiori aziende dello shopping online, la spiega così: “La gente cerca prezzi più bassi e va su Internet, perché conviene, perché si possono comparare i prezzi e risparmiare. Infatti i volumi di vendita aumentano, e di molto, rispetto al 2007″. E anche quell’1% di consumi online – assicura – sotto Natale sale parecchio.
Resta il fatto che dei 24 milioni di italiani che vanno in Rete per cercare informazioni sui prodotti solo 6 milioni fanno acquisti. Ancora pochi, per avere un vero impatto sui consumi. Così l’e-commerce, che potrebbe rappresentare un canale anticrisi, resta per il momento un’occasione perduta. Sul mercato incombe il macigno della diffidenza. Quella dei consumatori che non si fidano a usare in Rete la propria carta di credito, anche se ora un sigillo di Netcomm certificherà sicurezza e convenienza dei siti di shopping. E quella dei commercianti, soprattutto i grandi marchi, che non considerano Internet un grande affare, vista la scarsità di compratori.
L’offerta resta così assai limitata. “Un circolo vizioso che bisogna rompere – dice Alessandro Perego, professore al Politecnico di Milano – ma fare il primo passo spetta alla grande distribuzione moderna che deve entrare in campo seriamente, ne ha solo da guadagnare”.
di Riccardo Liguori su Repubblica.it
L’era dei LEDs
Si stanno moltiplicando le industrie che producono strumenti di illuminazione utilizzando la tecnologia dei LED.
Ledtronics per esempio, commercializza “lampadine” in grado di consumare l’80% in meno delle versioni a incandescenza e durare circa 100.000 ore. Le nuove lampadine con tecnologia Led, sono capaci di ridurre notevolmente i consumi energetici. La serie TRF-G30 è in grado di sostituire completamente i modelli tradizionali a incandescenza, utilizzando però solo 13 watt e permettendo una longevità di circa 100 mila ore (circa 11 anni). In pratica, con la tecnologia Led, è possibile utilizzare l’80% di energia in meno garantendo comunque un’operatività di circa 200 volte superiore alle soluzioni a incandescenza. TRF-G30 è disponibile anche con un adattatore per lo standard di connessione europeo da 27 mm. Vengono commercializzati vari modelli con diversi colori e angolazioni di illuminazione.